martedì 17 luglio 2018

I limiti del metodo scientifico nella scienza della nutrizione


Dopo aver disquisito nel post precedente dei limiti intrinseci del metodo scientifico universalmente accettato e che ha caratterizzato questi ultimi tre o quattro secoli, mi sembra opportuno  approfondire il discorso esaminando le implicazioni che questi hanno nella branca della scienza sicuramente più controversa, quella della nutrizione, un tema più che mai attuale che interessa sempre più persone e che si presta meglio di ogni altro a fare da esempio.

Infatti, come ognuno sa, se in ogni campo della scienza è quasi la norma riscontrare più teorie a proposito dello stesso argomento, nel caso in parola teorie e opinioni non si contano più...

Il motivo è semplice: le variabili in gioco sono talmente tante che trovare il bandolo della matassa rappresenta una vera sfida per i fautori ad oltranza del metodo analitico-riduzionistico della scienza tradizionale.

Per rendersene conto è sufficiente far notare che qualsiasi cibo, vegetale o animale che sia, è in origine un organismo vivente e, in quanto tale, un sistema complesso che interagisce con altri sistemi più o meno complessi (il corpo umano, che a sua volta interagisce con l'ambiente). Abbiamo visto però, proprio nell'ultimo articolo, che il metodo scientifico classico mostra il suo tallone d'Achille proprio in questo ambito: è come cercare di ricomporre un complicato mosaico partendo dai suoi tasselli senza avere la sicurezza di possederli tutti e senza avere un'idea precisa dell'opera originaria che si vuole ricostituire. Perciò nel nostro caso inevitabilmente va a finire che a seconda dei propri pregiudizi culturali, delle proprie aspettative, delle informazioni che si hanno a disposizione e del modo di interpretarle si giungerà a conclusioni diverse su quale dovrebbe essere il modo migliore di alimentarsi.

Insomma ogni alimento (almeno finché è allo stato naturale) è un tutt'uno integrato, mentre per la scienza è un insieme di parti separate, ognuna delle quali studiata e considerata come entità a sè stante. Infatti nella scienza della nutrizione si parla sempre ed esclusivamente in termini di proteine, carboidrati, grassi, vitamine ecc., quasi mai di cibi in quanto tali, e il bilancio delle calorie, colonna portante delle più comuni disquisizioni in materia, in quanto criterio matematico è ritenuto argomento di assoluta "scientificità".

Come già detto la volta scorsa, un insieme (nella fattispecie il cibo) non è mai la mera somma delle sue parti (ammesso pure di conoscerle tutte, ipotesi già di per sè utopistica) e, notizia ancora più interessante, questo qualcosa in più sembra essere confermato da alcune sensazionali scoperte fatte neanche recentemente su alcune proprietà degli organismi viventi, ma che la scienza ufficiale come al solito ignora.

Si tratta dei campi di forza elettromagnetici che contraddistinguono appunto tutti gli esseri viventi e che il medico Harold Saxton Burr ha studiato a fondo e descritto in numerosi saggi pubblicati a suo tempo su riviste scientifiche; analogamente Rupert Sheldrake, biologo esperto in fitofisiologia, è lo scopritore dei cosiddetti "campi morfogenetici" (da non confondere col già citato campo elettromagnetico), concetto, questo, non dei più facili da spiegare. Comunque ciò che con questi esempi si vuole evidenziare è che oltre alla materia c'è qualcos'altro. Nel caso dei campi elettromagnetici si tratta di energie con funzione organizzativa cui si deve la capacità di tenere insieme componenti separate e a definirle come sistema. Il campo, che molti  conosceranno col nome di "aura", varia per forma, dimensione e colore (è stato documentato con una speciale tecnica detta "fotografia Kirlian") a seconda del soggetto che lo esprime e della sua condizione (la classica aureola con cui si suole raffigurare i santi è un simbolo iconografico che vuole mettere in evidenza la radiosa energia emanata da persone spiritualmente evolute) e svanisce al momento della morte.

Mi sembra opportuno ricordare che il termine "olismo" si riferisce proprio al fatto di considerare gli organismi viventi nella loro totalità, cioè come sistemi indivisibili a loro volta parte di sistemi più grandi con cui sono in rapporto dinamico.

Da questo si può capire quanto sia riduttivo pretendere di capire tutti gli aspetti e le proprietà del cibo semplicemente analizzando i suoi componenti molecolari.

La scienza dunque non può che procedere sperimentando gli effetti di una singola sostanza alla volta per poterne capire l'azione nei fenomeni biologici studiati. Si cerca così di semplificare il più possibile l'esperimento isolando la molecola in questione per evitare che subisca possibili interferenze da parte di altri fattori che ne falserebbero il risultato, rendendone problematica l'interpretazione. Per esempio si può somministrare una singola sostanza, o un alimento che la contiene, a una coltura di cellule oppure a delle cavie per scoprirne l'effetto.

In realtà però nessuno mangia molecole isolate, e assumere sostanze purificate o cibi naturali che le contengono, come pure consumare un alimento da solo o inserito in un normale pasto, può fare la differenza. E' risaputo, per fare qualche  esempio, che consumare latte assieme ad altri alimenti inibisce l'assorbimento degli antiossidanti eventualmente in essi presenti e che la risposta insulinica varia se un alimento è consumato da solo oppure nel contesto di in un pasto completo.

 A ciò si aggiungono i limiti intrinseci del metodo scientifico nel tenere in considerazione le esigenze individuali nei confronti del cibo. A parte casi particolari, non è infatti possibile comprendere la condizione generale di un soggetto solo sulla base di pochi, isolati dati analitici. E a complicare ulteriormente il quadro c'è da dire che queste esigenze variano a seconda dell'ambiente in cui si vive, aspetto quest'ultimo del tutto assente nell'approccio scientifico: per la scienza consumare una banana in Siberia oppure nel deserto del Sahara, come pure in piena estate o in un rigido inverno è indifferente perché... "tanto la banana risulta in ogni caso un insieme di carboidrati, minerali, vitamine ecc."

Ciò che risulta subito evidente nel confrontare il metodo scientifico con gli approcci olistici tipici delle medicine tradizionali è l'aspetto energetico caratterizzante ogni fenomeno che è il cardine di queste ultime, mentre è del tutto estraneo alla scienza notoriamente materialistica.

Come abbiamo appena visto a proposito dell'aura, l'energia è come un'impronta digitale, una sintesi di tutte le caratteristiche che definiscono un fenomeno o un oggetto, dunque un indizio fondamentale per poter mettere in relazione vari elementi tra di loro e comprenderne il senso in un contesto, cosa possibile grazie alla conoscenza di princìpi analogici che ci consentono di scoprire quanto hanno in comune cose apparentemente del tutto diverse, dato il presupposto che nella molteplicità dei fenomeni è possibile cogliere l'unità sottostante e i rapporti tra le sue componenti.

Tali princìpi infatti prendono in considerazione proprio quegli elementi esclusi a priori dal metodo di investigazione scientifico in quanto non materiali e non quantificabili e perciò in contrasto coi suoi assiomi (il cosiddetto "filtro ontologico"). Dunque caratteristiche come sapore, forma, dimensioni, colore, aroma, stagionalità, provenienza geografica, velocità di crescita, velocità di cottura, punto di ebollizione e molte altre che si associano a tutti gli alimenti sono decisive per orientarci nella comprensione dei loro effetti. Anche se ognuna di queste di per sè non implica alcunchè, contribuirà comunque assieme a tante altre a fornire un utile indizio per la valutazione finale. Per esempio per la scienza perfino una differenza macroscopica come quella esistente fra un cibo crudo e dopo la sua cottura si limita alla perdità in quest'ultimo caso di alcune vitamine e a una migliore digeribilità, mentre per le medicine olistiche si tratta di una differenza fondamentale se vista in termini energetici, essendo risaputo l'effetto raffreddante dei cibi crudi e ovviamente quello riscaldante nel secondo caso, con tutte le implicazioni fisio-patologiche.

Alcuni scienziati all'avanguardia hanno da tempo compreso la necessità di andare oltre il riduzionismo dominante in medicina, abbracciando una concezione ispirata alla teoria dei sistemi che riconosce la complessità insita negli organismi viventi e la necessità di elaborare criteri più adeguati per gestirla. Consci delle possibili interazioni e delle sinergie che si instaurano fra sostanze diverse nello stesso alimento o fra alimenti diversi consumati assieme, hanno spostato l'attenzione dalle singole molecole o dai singoli alimenti a modelli dietetici, perchè ciò che alla fine funziona è l'equilibrio generale.

Si è visto così che sono certi modelli ad essere associati a certe patologie, piuttosto che singoli alimenti, mentre altri tipi di diete sembrano promuovere un migliore stato di salute generale nelle varie popolazioni. Da ciò si evince un importante corollario: non esistono in linea di massima sostanze o cibi miracolosi, come pure cibi da ostracizzare tout court (finché si tratta di alimenti naturali), perchè ciò che determina il risultato è la sinergia che si viene a stabilire con altri fattori. Perciò diffidate quando vi consigliano il pomodoro per il potere antiossidante del licopene in esso contenuto o le spremute di agrumi perchè ricchi di vitamina C che previene il raffreddore. Tutte balle, o quantomeno affermazioni da prendere con le pinze: è la solita scienza miope in quanto priva della visione olistica. Stessa considerazione, e a maggior ragione, vale per gli integratori, trattandosi di nutrienti isolati e non di alimenti completi.

Una brillante conferma della validità di questo approccio sistemico si è avuta anni fa quando è stato realizzato il cosiddetto Progetto DIANA condotto dal nostro epidemiologo Prof. Franco Berrino. Sulla base della conoscenza dei vari fattori di rischio legati al tumore mammario si è voluto controllare quanto la dieta potesse influire su di essi. Quindi non si trattava semplicemente di aggiungere o eliminare qualche alimento alla solita dieta, ma sulla base di tutte le conoscenze più aggiornate a disposizione in tema di nutrizione e di vasti studi epidemiologici è stata formulata e proposta alle partecipanti all'esperimento una dieta completa risultata poi essere molto simile al modello mediterraneo e più precisamente alla dieta standard macrobiotica.

 L'esito è andato oltre le aspettative perché non solo si è riscontrato in tutte le partecipanti un miglioramento di tutti i paramentri legati al rischio, ma ne ha guadagnato anche lo stato di salute generale: un risultato con valore aggiunto che non sarebbe stato possibile con nessun farmaco o integratore e che dimostra che solo con un approccio olistico, cioè a 360°, si possono ottenere i risultati più completi.

Michele Nardella

4 commenti:

  1. Articolo interessante e attuale più che mai. Congratulazioni per il tuo costante impegno nel divulgare.

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    1. Grazie a te, Giancarla, come al solito sempre puntuale nei tuoi commenti lusinghieri.

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  2. Il grande dilemma è se scegliere una dieta mediterranea o puntare sulla dieta proteica a basso indice glicemico... oltre che il tener conto della compatibilità tra corpo e latitudine del mondo in cui si vive...

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    1. La paleo-dieta (che è la più sensata fra tutte le diete iperproteiche e ipoglucidice)ha vantaggi immediati per quanto riguarda la perdita di peso, ed è per questo che fa molta presa, ma sul lungo periodo si dimostra pericolosa per il suo effetto acidificante, per la chetosi che causa e per gli squilibri che porta a causa della forte presenza di cibo animale e conseguentemente insufficiente apporto di vegetali (infatti i suoi fautori consigliano il ricorso a integratori, il che è una implicita ammissione di inadeguatezza della dieta). Inoltre anche il peso nel tempo tende a ritornare ai valori originari per l'effetto dei troppi cibi animali che trattengono acqua.
      La macrobiotica, che si basa sui principi della dieta mediterranea, affronta alla radice questi problemi e risulta la più equilibrata.

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